Piccola storia del mensile mito americano.

La bellezza innocente e sfacciata delle playmates, ma non solo: i racconti di Kerouac e di Capote, le interviste di Miles Davis e John Lennon, dalla prima copertina di Marylin Monroe ( ‘53) al primo nudo di Anita Ekberg, da Naomi Campbell a Pamela Anderson!
Il mensile per soli uomini ha ormai più di 50 anni di vita, di sogni, non solo americani. Playboy è l’american dream di conigliette ammiccanti su pagine di carta extralusso, che ha scatenato bufere ormonali in tutti gli states ed è la storia del costume americano di ben 3 generazioni!
Dal maccartismo alla Lewinsky, la prima copertina del mensile è Marylin Monroe, nel dicembre del 1953 ed è in vendita per 50 centesimi. Vendette 50mila copie in pochi gironi: inizia così il mito di Playboy e del coniglietto in frac.
Playboy fu la prima rivista esplicitamente dedicata alla fotografia erotica, ed ebbe un ruolo importante anche nella rivoluzione sessuale. Il genere di fotografia di nudo proposta da Playboy viene oggi, comunemente definita softcore, contrapposto alla pornografia hardcore introdotta da Penthouse e poi sviluppatasi, a partire dagli anni ‘70, nell’enorme mercato dell’editoria pornografica.
Negli anni ‘60 poi farsi intervistare o fotografare da Playboy era come vincere un oscar, il nuovo mensile mostrava l’America come stava diventando: gentiluomini professionisti e gaudenti, che ascoltano jazz, che si versano un Martini liscio e poi si mettono al volante della loro Triumph, con una bionda al fianco.
Sono 613 le playmates elette e ancora, tra di loro, nessuna italiana.
I nudi di Playboy non hanno nulla di destabilizzante, anzi la donna che vende è un’illusione: veneri botticelliane, simboli quasi dell’amor cortese, e quando, non sono madonne, sono conigliette e cartoons, buone per i collezionisti: i Don Giovanni dello sguardo. La sua donna è idealizzata: da guardare, ma non da toccare!
Molte poi le leggende che gravitano intorno a Playboy: per esempio, è ancora un mistero il significato delle stelline disegnate accanto o dentro la “P” tra gli anni ‘50 e gli anni ‘70.
Tra le varie supposizioni in merito, si vocifera che potesse essere un voto attribuito da Hugh Hefner alle ragazze di copertina o il numero di volte che l’editore aveva dormito con loro.
Playboy resta un mito e, soprattutto, un impero multimediale che spazia dal cinema, alla moda e alla tv.


